Scusate il ritardo. Sono sparito perché sopraffatto dal lavoro e da un progetto editoriale impegnativo. Ma l’avventura di ieri mi riporta di forza a questo blog. Ieri, grazie all’intercessione di un’amica speciale e preziosa, ho potuto assistere a una conferenza in Vaticano. Parterre de rois nel pubblico, per esempio dietro di me c’era l’ex ministro Dini, giornalisti famosi, cardinali famosi anche loro ma io non li conosco. Non credo che a attirarli fosse il soggetto della conferenza, cioè il nuovo sistema di illuminazione e di condizionamento dell’aria della Sistina. Moltissimi di noi erano lì perché eccezionalmente la conferenza si teneva nella Sala Regia!

Si, proprio quella dove una volta i papi ricevevano i sovrani, quella che si sbircia d’estate quanto in Sistina fa troppo caldo e i guardiani per creare un po’ di corrente aprono le porte, quella rigorosamente preclusa alle visite. Invece ieri ci siamo rimasti oltre un’ora e ho avuto tutto l’agio di osservare questa grande macchina manierista dove gli stucchi sono bellissimi. Ma non è di quella che vi voglio parlare. Al termine della conferenza il professor Paolucci ha proclamato: “Si aprano le porte” e gli uscieri hanno aperto le porte della Sistina e… della Cappella Paolina. La Cappella Paolina, detta parva rispetto alla Sistina che è la Magna. La Paolina che è la cappella del Papa, dove solo lui e la sua Famiglia entrano, la cappella dipinta da Michelangelo, ultima sua opera pittorica e che nessuno può vedere. Mi ci sono precipitato, sapendo che probabilmente non ci entrerò mai più.

Quando mi avvicino all’opera di un artista sommo mi aspetto di riceverne un insegnamento. Non sulla storia dell’arte, ma sulla vita. Mi aspetto da Michelangelo ormai vecchio che mi faccia capire qualcosa di più di me e del mondo. E invece niente. Mi aspetto di vedervi un testamento spirituale. Niente. Mi aspettavo almeno di vedervi un cambiamento dopo il Giudizio, nel senso di un’arte più disincarnata, , meno attenta alle anatomie e al modello antico, più introspettiva. Niente.
Se adesso state pensando che quello che mi aspetto io non è un problema di Michelangelo, avete perfettamente ragione. Però l’evoluzione della sua arte dalla volta della Sistina al Giudizio non me la sono inventata io. E l’epilogo, la tragica, esangue, visionaria Pietà Rondanini, nemmeno. Pensavo di trovare negli affreschi della Paolina l’anello di raccordo, poiché Michelangelo l’ha terminata nel 1550 a settantacinque anni, colpito dalla morte di Vittoria Colonna, ferito dall’attacco portatogli dall’Aretino.

L’ha fatta appena prima della Pietà Bandini di Firenze, destinata alla sua tomba e dove i corpi, spezzati e dolorosi, sono distanti mille miglia da quelli, luminosi di bellezza corporea, della Pietà di San Pietro. E invece niente.

La conversione di Saulo (che qui vedete in una foto anteriore al recente restauro) è un trionfo di effetti di scorcio.

Da quello vertiginoso di Dio in picchiata dal cielo al più prosaico cavallo – lo aveva dipinto di fronte e poi lo ha rifatto di scorcio, come quelli di Uccello – sino allo

scorcio meraviglioso dell’elmo rovesciato e portato sul dorso da un soldato che accorre e ricorda tanto la Battaglia di Cascina. Lo scorcio di Dio, con le mani una a ammonire Saulo e l’altra a indicare Damasco, serve forse a esprimere la fatalità irresistibile della chiamata. Il cavallo che parte verso il fondo serve a rendere la profondità dello spazio (che non mi sembra una preoccupazione maggiore) o piuttosto lo scompiglio creato nel mondo quando il Signore si esprime. Ma l’elmo, quell’elmo del quale si vede l’interno, di una virtuosità da far impallidire il miglior quadraturista barocco? E’ bellissimo, ma non serve a niente. E per Michelangelo, il neoplatonico Michelangelo per il quale nelle immagini s’incarnano le idee, scusate, non è abbastanza. Confesso di trovare anche un po’ ovvia la strada di luce che nasce da Dio e finisce su Saulo, perché manifesta l’invisibile e materializza lo spirito. La divisione tra il cielo e la terra è svilita dall’agitazione che li anima entrambi. Il fragore della parola divina ha qui come risultato di far tappare le

orecchie a un soldato mentre un altro si protegge dal bagliore con lo scudo. C’è insomma una narrazione chiara, una lezione efficace, c’è ancora, o piuttosto di nuovo, tanto Quattrocento nel raccontare una storia, c’è ancora l’antico, con Saulo ripreso dalla statua di un Fiume.

Ma il dramma dell’uomo chiamato da Dio, cioè una riflessione in termini universali, non mi sembra ci sia.

La crocifissione di Pietro ha dopo il restauro dei meravigliosi colori squillanti. Le anatomie sono bellissime, cioè, troppo belle, con una fiducia intatta per quel corpo “velo mortale” dell’intenzione divina. L’idea magistrale é la croce posta di sbieco e non frontale com’era sempre stata rappresentata, da Giotto, a Masaccio ( qui nella

foto)a Filarete. Pietro scarta la testa e ci guarda corrucciato. Forse guardava così i cardinali che una volta votavano per il conclave in questa cappella, come a ammonirli, martire e giudice insieme.

La vittima immobile è qui il protagonista, mentre intorno tutti si muovono, scendendo o salendo le scale scavate nella roccia del Monte d’oro, il Montorio dove Bramante costruirà il Tempietto. Da sempre tutti ammirano l’uomo incappucciato

nella posa del barbaro vinto, che abbandona sconfitto il teatro della tragedia e al quale risponde il giovane che vorrebbe reagire ma è trattenuto dai compagni. L’incappucciato ricorda il Nicodemo della Pietà di Firenze e potrebbe essere un autoritratto, così come un autoritratto da giovane potrebbe essere l’uomo a cavallo col turbante blu

- dal caratteristico naso di Michelangelo,schiacciato dal pugno di Torrigiano. In questo caso – ancora da provare – il Michelangelo più giovane entra nella scena dove gli uomini si agitano, e il vecchio ne esce, scorato e vinto.
- La crocifissione di Pietro mi sembra più coerente, l’idea – l’addensarsi delle figure intorno a Pietro, inchiodato ma dominante – evidente, la narrazione drammatica e non aneddotica. Una menzione d’onore va a quel paesaggio che è solo un segno, una citazione, una quinta che tende all’astratto. Come scrive il Vasari “ non vi sono paesi, né alberi, né casamenti…perché non vi attese mai, come quegli che forse non voleva abassare quel suo grande ingegno in simil casi”.
Il vecchio che compie qui la sua ultima fatica pittorica dovette dividere l’affresco in molte giornate, e piccole. L’ultima fu quella delle quattro donne in primo piano.

Dietro alla vecchia sdendata dal seno avvizzito ci interpella con gli occhi belli e immensi la splendida giovane. In quello sgomento davanti alla vita e alla morte, al salire e lo scendere degli uomini, io vedo il vero autoritratto di Michelangelo. Poi ha posato il pennello per sempre.
Ringrazio Caravaggio per l’aiuto fornitomi nella stesura di questo articolo.