Partirono in 506. Tornarono in 249, 9 dispersi, gli altri rimasero sul campo. Si chiamavano Veronese e Mantegna, erano i capolavori italiani presi dai francesi di Bonaparte e portati al Louvre. Ma questa storia non é solo tragica.
Andate nella Galleria Chiaramonti dei Musei Vaticani, quella che Pio VII (Barnaba Chiaramonti) fece costruire per risarcire il museo dalle enormi perdite seguite al furto delle nostre opere d’arte . In una delle lunette dipinte da Hayez vedrete due putti che indicano a un Tevere piuttosto sorpreso – il vecchio disteso – un convoglio di carri che portano delle casse. In quelle casse c’erano i capolavori romani che nel 1816 tornavano a casa.
La storia era cominciata vent’anni prima a Bologna, quando il Generale Bonaparte, a seguito della fulminante Campagna d’Italia, impone al papa un trattato capestro. Se vuole evitare che Roma sia occupata deve cedere, tra l’altro, 100 sommi capolari a scelta dei francesi.
Tanto per cominciare, il cosiddetto Bruto dei Musei Capitolini. Poi si vedrà. Alla fine partiranno 83 statue, le migliori, le più celebri, e 13 quadri, tra i quali La Trasfigurazione, ultima opera di Raffaello.
Naturalmente nella lista non figuravano i cinquecento volumi antichi e gli innumerevoli oggetti d’arte preziosi – come i cammei romani di Pio VI montati dal Valadier – che finirono anch’essi al Louvre ( dove sono restati).
L’inestimabile bottino arriva a Parigi nel 1798 su dei carri appositamente costruiti. I francesi avevano organizzato una cerimonia ispirata ai trionfi degli imperatori romani. Un autore di vaudeville compose una graziosa canzoncina da far cantare alla folla festante. Faceva cosi: Roma non é più a Roma, é tutta a Parigi . Un cartello che dava il benvenuto ai tesori italiani riportava la scritta: Infine su una terra libera . Vedete la scena rappresentata su un vaso di Sévres. Si riconoscono il Laocoonte – senza il braccio Montorsoli, rimasto a Roma – la Venere Medici e i rarissimi manoscritti. In realtà i francesi non vedevano niente, perché tutto era dentro casse che riportavano il nome dell’illustre contenuto. Sfilavano i cavalli di bronzo di Venezia e dei dromedari, ma veri, cosi,’ per fare figura. E ci é andata bene, perché quel bello spirito del generale Pommereul voleva prendersi anche tutta la colonna Traiana e staccare gli affreschi dalle Stanze di Raffaello. Chi di monumento ferisce, di monumento perisce : il gran citrullo é passato alla storia per aver fatto radere al suolo una delle più antiche e importanti chiese di Francia, la basilica di San Martino di Tours.
Non era finita. Un nuovo trattato, quello di Tolentino, esige un riscatto cosi’ enorme che il papa fa fondere l’oreficeria religiosa e i principi romani si « tassano », vendendo quadri e oggetti preziosi, per contribuire. Cosi’ il salasso delle opere romane é continuato.
Bisognava fare buon viso a cattivo gioco e in pieno inverno il papa fu costretto a attraversare le Alpi per assistere all’incoronazione di Napoleone. Sottolineo assistere, perché come sapete Napoleone si é incoronato da solo. La sola volta in cui Pio VII ha puntato i piedi é stato quando, la sera prima dell’incoronazione, Jospehine, la moglie di Napoleone, é andata a gettarsi in ginocchio da lui e gli ha detto che non era la moglie per niente. Cioé, lo era per la Repubblica francese ma non davanti a Dio, perché non si erano mai sposati in chiesa. Napoleone, com’é noto, era un uomo intelligente. Jospehine, é meno noto, era molto intelligente e sapeva che, di sei anni più vecchia di Napoleone, non poteva dargli un figlio. Dev’essersi detta : il matrimonio civile é carta straccia, mio marito puo’ romperlo quando vuole. Ho questo papa in casa stasera, o mi sposa adesso o mai più. Ha funzionato. Pio VII manda a chiamare Napoleone in piena notte, gli dice che c’é un limite a tutto e che lui non puo’ commettere un sacrilegio : o sposa subito Jospehine o il giorno dopo non avrebbe presenziato all’incoronazione. Napoleone deve arrendersi, e poiché aveva un mezzo zio cardinale si fa sposare la metà che gli manca. Tanto, cinque anni dopo divorzia lo stesso. Va bene, passiamo sulla prigionia del povero Pio VII a Fontainebleau, la scena in cui grida a Napoleone « commediante » e arriviamo infine a Waterloo. E’ il 1815 : exit Napoleone.
Pio VII in fretta e furia manda a Parigi il Canova, a salvare il salvabile. Le opere italiane erano rimaste quasi vent’anni al Louvre e se gli alleati facevano la pace e si spartivano il bottino, rischiavano di restarci per sempre. Canova parti’ senza nemmeno una lista delle opere trafugate e per entrare al Louvre dovette farsi accompagnare dai soldati. Il nuovo re di Francia Luigi XVIII non aveva nessuna intenzione di restituire cio’ che Napoleone aveva preso. Canova scrive « Bisogna strappare ogni cosa a forza di baionette e sono pressato a far presto e di portar via più che si puo’ in due giorni, perché la pace é imminente ». Per fortuna fu aiutato dall’ambasciatore inglese, che voleva ingraziarsi gli Stati italiani in vista di un nuovo assetto europeo.
Per Roma é andata bene, perché i sommi capolavori della scultura antica sono quasi tutti tornati : l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte, il Torso, l’Antinoo, l’Arianna, lo Spinario.
La perdita più grande per l’Italia fu l’enorme tela delle Nozze di Cana del Veronese, in cosi’ cattive condizioni che Canova decise di lasciarla al Louvre, dove si trova tutt’ora, in ottima salute dopo il restauro.
Fino a qui la storia. Ora, qualche riflessione. Le opere che partono per la Francia esprimono qualità estetiche e possiedono un valore pecuniario. Le opere che tornano a Roma sono diventate il simbolo di un sentimento tutto nuovo, l’identità nazionale. L’Italia, espressione geografica composta da quindici stati diversi, non si definisce per la sua tormentata storia politica ma grazie alla sua storia culturale. E’ repubblica anche lei, ma Repubblica delle Lettere, e Roma, malgrado l’assolutismo teocratico del suo sovrano, é l’erede dell’Atene di Pericle.
Quando Pio VII fa montare il Perseo di Canova sul piedistallo, rimasto vuoto, dell’Apollo del Belvedere, vuole dire che i francesi possono rubare le opere ma non il genio italiano.
Il furto dei nostri tesori ha prodotto uno slittamento nello statuto dell’opera d’arte. Sino a allora l’arte aveva una fruizione erudita e quindi elitaria, relegata in musei accessibili a pochi o nelle chiese. Diventava ormai un bene collettivo, il suo valore non era più meramente estetico o monetario, era sociale. Il popolo sentiva che quei documenti non riguardavano solo degli specialisti, ma incarnavano la storia del Paese e quindi la loro stessa. Paradossalmente, con lo sdegno creato dalla sottrazione delle nostre opere d’arte, la Francia c’inoculava un gene che essa ha potentissimo, l’idea di Nazione. Non erano più le statue del papa, erano le nostre.
Lo aveva perfettamente capito Quatremère de Quincy, l’unica voce francese a levarsi, coraggiosamente, contro il saccheggio, quando scriveva nelle Lettres à Mirande che le opere devono restare nel loro contesto. Come avrei pianto allora la perdita dell’Apollo, piango oggi la perdita di Palmyra. La barbarie aggredisce la civilità, l’ignoranza la cultura, il vuoto vuole ingoiare la nostra storia.
Cio’ che vale per i vili criminali che se la prendono con i monumenti non vale per la Francia di Napoleone, beninteso. Anzi, quella si fondava su una premessa quanto mai prestigiosa, Winckelmann. Era stato lui – non era il solo, c’era per esempio anche Mengs – a teorizzare il nesso tra libertà e civiltà, affermando che l’età d’oro dell’arte greca era stata quella della democrazia politica e che con il dominio romano quell’arte si era spenta. I Francesi portano le opere italiane a Parigi perché questa era il faro della nuova Europa libera, egalitaria, fraterna. Parigi prendeva di diritto cio’ che Atene e Roma non meritavano più.
Il papa, con la restituzione delle opere, s’impegno’ a renderle più accessibili. Costrui’ il Braccio Nuovo e la Pinacoteca, dove oggi si trovano tanti quadri che prima erano sparsi nelle chiese come solo oggetto di devozione.
Resto convinto che questo é un momento cruciale per l’Italia, perché vi germinano i fermenti che porteranno alla sua formazione come Nazione. Sono parimenti convinto che l’identità del nostro Paese é fornita soprattutto dalla sua storia culturale. Chiedete a un francese il nome di un suo grande uomo e vi dirà il Re Sole, Napoleone, de Gaulle. Chiedetelo a un italiano e non credo vi risponderà Mazzini. Dirà Dante, Michelangelo, Leonardo, Verdi. Hanno fatto molto per noi. Cerchiamo di esserne degni.